Prato 1630: A morbo, libera nos, Domine

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Prato 1630: A morbo, libera nos, Domine (Parte 1-2-3)

Cristofano di Giulio Ceffini, un contabile contro la Peste "manzoniana"

a cura di Fabrizio Trallori

 Oggi, giorno di San Patrizio. Patrono d'Irlanda, mi piace ricordare la vicenda di un contabile Pratese che, per la sua probità e avvedutezza, fu chiamato a fare il Provveditore di Sanità tra il 1629 ed il 1633 quando una terribile pestilenza fece seguito a anni di carestie e guerre, decimando intere comunità: in Italia, secondo le stime, morirono oltre 1.100.000 persone su una popolazione totale poco superiore ai 4.000.000 (quasi 500.000 nella sola Italia Settentrionale). In quei giorni (resi celebri dalle pagine manzoniane dei Promessi Sposi e della Storia della Colonna Infame) operava infatti a Prato Cristofano di Giulio Ceffini, un contabile che non si era mai occupato di sanità, ma che gli Ufficiali di Sanità della città elessero a loro Provveditore, come detto, per la fama di onestà e generosità di cui godeva in città.

 La Prato (o meglio, il Castello di Prato, come era chiamata la città a causa della sua cinta muraria duecentesca ancora intatta) di quel tempo ci viene descritta da un paio di viaggiatori inglesi alla fine del XVI secolo. Il primo è Sir Fynes Morrison, che arrivò sulle sponde del Bisenzio in una tarda mattinata della primavera del 1594. Aveva deciso di fare a piedi il tragitto da Firenze a Pistoia "pensando di poter vedere con maggior agio le città vicine. tanto poco distanti l'una dall'altra vhre un viaggio a piedi diventa un piacere, specie in un paese così bello". Annota nel suo diario di viaggio che Prato "è di forma rotonda, e proprio all'ingresso ha una vasta piazza da mercato; vi si trova una bella Cattedrale, adorna di molti fregi di marmo". Poi, dopo aver mangiato al modico prezzo di 12 crazie, era ripartito, nel pomeriggio, verso Pistoia (ad un prezzo cinque volte maggior rispetto a quanto pagato a Prato), dove avrebbe cenato e pernottato.

Due anni più tardi, nel 1596, arrivò in Val di Bisenzio anche un altro suo conterraneo, sir Robert Dallington: che ci racconta Prato nel suo diario di viaggio. La città, circondata da una forte cinta di mura moderne (Cosimo I aveva provveduto a fornire l'antica cinta medievale con moderni bastioni), contava tra le sue mura circa 6-7.000 abitanti, cui si aggiungevano i circa 8-9.000 abitanti sparsi sul contado della città (la fascia di territorio di circa 14 km intorno alle mura cittadine). Circa 2000 di questi erano religiosi (frati, sacerdoti, monaci e monache) che servivano nelle 59 chiese e 30 monasteri presenti sul territorio. Dallington, che rimane a Prato per 4 mesi, assiste anche alle celebrazioni per l'ostensione della Sacra Cintola, e ci racconta come arrivassero in città, in quell'occasione, almeno 20.000 forestieri che, osserva, più che per devozione accorrono in città per fare affari sulla grande Piazza del mercato. La città però porta ancora evidenti i segni del Sacco del 1512 (in ricordo di quei giorni, definire qualcuno Spagnolo, a Prato, era un'offesa al pari di furfante, manigoldo, poltrone, traditore) e le strade e le piazza sono affollate di poveri e mendicanti in una città ed in una Toscana in cui, nascoste dietro il sipario fatto dalle grandi opere d'arte delle città, “…la povertà e la fame, non avevano un regno più grande…”.

 In Toscana, le prime notizie circa il dilagare della Peste intorno al Lago di Como, a Bergamo e Milano erano arrivate i l 21 ottobre 1529 ed il 26 dello stesso mese, gli Ufficiali della Sanità di Firenze avevano spedito una lettera a tutte le comunità del Granducato con la quale si davano le prime disposizioni per affrontare la prevedibile epidemia, a partire dalla chiusura delle porte cittadine e dei valichi di frontiera, che dovevano essere presidiati da guardie incaricate di fare controlli sanitari, frati predicatori compresi: senza vaccinazioni e non potendosi affidare solo alle preghiere, il ricorso ad un rigido cordone sanitario era la sola soluzione possibile. Il 27 ottobre il Consiglio di Prato elesse i quattro Ufficiali di Sanità cui diede poteri su tutto ciò che, direttamente o indirettamente, riguardava la salute pubblica. Come di consueto vennero approntate due linee di difesa: la prima era il rigoroso controllo dei valichi e dei guadi ai confini del territorio (Vernio, Montepiano, Capalle, il Montalbano, Agliana, Montemurlo, ecc..), la seconda era alle porte della città, anch'esse presidiate giorno e notte: considerato l'inverno particolarmente rigido, si decise di costruire delle baracche per le guardie presso le porte della città più frequentate (Mercatale, Fiorentina e Pistoiese). Il 1 novembre Prato scriveva a Firenze che il controllo del territorio era già operante ed in questa situazione i pratesi passarono l'inverno, sperando invano nel miracolo: ai primi di maggio del 1630 arrivarono in città le notizie circa l'arrivo della Peste a Bologna. Il nemico era dunque alle porte e le misure di prevenzione vennero rese più rigide: ogni città doveva munirsi di un addetto al rilascio dei passaporti sanitari (detti "bollette"), che dovevano essere elargiti con parsimonia ed attenzione: nessuno che ne fosse sprovvisto poteva muoversi nelle terre del Granducato e tantomeno entrare in città o villaggi. A prato il 16 maggio già operava un ufficio a questo predisposto.

Il peggiorare delle notizie provenienti da Bologna (che il 14 giugno fu messa al bando, oggi diremmo fu dichiarata zona rossa) portò il governo granducale a misure ancora più aspre: il Gran Duca Ferdinando II mandò 30 cavalleggeri della sua guardia personale a presidiare i valichi di frontiera e soldati furono mandati lungo tutto il confine settentrionale dello Stato, stabilendo un posto di guardia ogni tre miglia (poco meno di 4 km). Inoltre si ordinò a tutti coloro che abitavano presso il confine di stare all'erta: se avessero scorto passare forestieri in luoghi in cui non erano presenti presidi militari, "che si levi la grida di core si dia la campana in alarmi et che si perseguitino detti malfattori per ritenerli e fatti prigioni" . Il 6 luglio le autorità sanitarie fiorentine ordinarono a tutte le comunità soggette di impedire anche qualsiasi spostamento di frati, a qualunque ordine appartenessero e Prato provvide poco dopo a dotare di cancelli le porte cittadine di Santa Trinita, Porta Fiorentina e Porta del Mercatale. Il massimo che a quel tempo si poteva fare era stato fatto, ma fu tutto inutile: alla metà di luglio la peste apparve a Trespiano, sulla via Bolognese alle porte di Firenze, ed i primi di agosto ci furono i primi casi a Tavola, forse portati da domestici di casa Medici in servizio presso Le Cascine.

Trespiano e Tavola furono isolate, ma tra i medici e nelle fila della pubblica amministrazione le posizioni cominciarono a farsi incerte: i sanitari erano incerti nelle diagnosi e tra loro erano sorte accese dispute sulla natura di quelle morti sospette, divisi tra coloro che (come dice il Manzoni) “convinti come loro, della realtà del contagio, suggerivano precauzioni, cercavano di comunicare a tutti la loro dolorosa certezza. I più discreti li tacciavano di credulità e d’ostinazione: per tutti gli altri, era manifesta impostura, cabala ordita per far bottega sul pubblico spavento”. Il senso di frustrazione degli otto ufficiali pratesi di fronte allo stato dei fatti è reso evidente da una lettera da loro scritta a Firenze:

"... ben che la peste cominciossi fina dal mese di agosto 1630, se bene lentamente, non si tenne cura del progresso che faceva pensandosi che di giorno in giorno dovessi terminare, vivendosi anco veramente con poco pensiero di quello che era per succedere, cagionato dalla inesperienza che si aveva in simile accidente."

Inoltre anche un buona parte dei governanti e degli amministratori granducali preferiva non pronunciarsi apertamente sulla natura del contagio a causa delle conseguenze economiche che la notizia di una pestilenza avrebbe comportato, per non diffondere la paura e la preoccupazione e per evitare che gli altri Stati decidessero di chiudere le loro frontiere alle merci ed ai mercanti toscani specie in quell'anno 1630, ottimo per il vino, prodotto che costituiva insieme al pannolana ed alla seta il traino dell'economia toscana (e molti pratesi, nonostante il villaggio di Tavola fosse già stato chiuso per alcuni decessi sospetti, vi andarono a vendemmiare. Per questo gli ufficiali fiorentini (sicuramente su sollecitazione del governo granducale) non vollero acconsentire alla richiesta dei pratesi che il 3 settembre avevano chiesto all'autorità centrale il permesso di costruire un lazzaretto sostenendo che Firenze era in grado di dare ogni aiuto e che, in fondo, l'arrivo delle piogge autunnali, avrebbe contribuito a migliorare la situazione.

Poi tutto precipitò. Il 16 settembre Niccolò Bardazzi, in servizio alla Misericordia di Prato come addetto ai casi di quelle morti sospette si ammalò e morì il 19: tre giorni di agonia, esattamente come era successo per la peste bubbonica del 1348): Firenze fu immediatamente avvertita ed il giorno 20 gli ufficiali pratesi ricevettero la lettera di risposta dell'Ufficio di Sanità Granducale. Una lettera coincisa, telegrafica, chiara per evitare fraintendimenti e permettere un'azione rapida ed efficace:

1. Ordinerete subito che le persone della sua famiglia si serrino nella casa dove è morto , che le robbe dove è stato il malato e morto si separimo dalle altre.

2. La porta dela casa per di fuori si spranghi.

3. Si usino zolfo, ginepro ead altri legni odorosi "ad purgandum domos infectas"

4. La famiglia del medesimo morto si alimenti dndogli i viveri per le finestre.

5. E si facci diligenzia che non possino escire di detta casa da nessun luogo. [...]

Il tutto si faccia et eseguisca subito.

 Nonostante ciò, il 2 ottobre il governo di Firenze ricevette la temuta risposta da Prato: la città era in preda alla peste.

 La popolazione invocò l'Aiuto Divino e nonostante il divieto per gli assembramenti di folla in vigore (come era normale in questi casi) le autorità si videro costrette a permettere, tra l'inizio del mese di ottobre ed i primi giorni di novembre, almeno 4 grandi processioni devozionali alla Vergine, ma le autorità preferirono anche aiutare l'intervento Divino con il potenziamento delle strutture sanitarie cittadine, anche se in città operavano sette medici praticanti (4 medici, di cui 1 che aveva ottenuto il dottorato ma non aveva mai praticato, tre barbieri-chirurghi: mastro Gramigna, mastro Cepparelli e mastro Tiburzio) per una popolazione, come abbiamo visto, di circa 17.000 anime, proporzione che, per quei tempi, era abbastanza alta.

La prima decisione fu quella di organizzare un lazzaretto: la città poteva contare sull'Ospedale della Misericordia e su quello di San Silvestro (detto a Prato anche Spedale di Dolce, in Piazza San Marco), ma dato che il primo era destinato soprattutto all' assistenza dei bambini abbandonati, si optò per il secondo, con l'annessa chiesa: in cambio la Misericordia si sarebbe accollata le spese per l'allestimento e quelle spese per i viveri, le medicine ed il combustile necessario al riscaldamento; la Comunità, invece, avrebbe provveduto al pagamento del personale necessario all'assistenza ai malati. In pochi giorni, l'Ufficio di sanità di Prato arruolò un piccolo esercito di 25 uomini per combattere al lazzaretto la battaglia contro quel nemico invisibile: un confessore, un chirurgo, alcuni assistenti, becchini (non proprio eroi: tra di loro c'era anche un noto criminale ed altri estorcevano denaro alle famiglie dei defunti facendosi pagare per ogni corpo che portavano via, ed a Prato godevano di nomignoli non proprio degni di persone perbene come Michelaccio e Vaccaio), guardie, un messaggero, un uomo per distribuire i viveri a coloro che erano confinati in casa e un altro per trasportare i materiali dall'Ospedale della Misericordia a San Silvestro.

Il primo medico a doversi cimentare con la peste al Lazzaretto fu mastro Gramigna, ma il 13 ottobre era già morto; fu assunto allora mastro Tiburzio, morto anche lui 9l 1 novembre: Mastro Cepparelli, l'unico rimasto, si affrettò a rifiutare l'incarico adducendo la motivazione di essere ormai troppo vecchio per quell'incarico, di non volersi occupare degli appestati e di voler continuare a prestare la sua opera ed i suoi servizi al resto della popolazione. Motivazioni accettate dagli Ufficiali si sanità: comunque all'inizio di novembre anche lui si ammalò (di malattia non specificata), ma sopravvisse. Così Prato rimase senza chirurgo nel Lazzaretto, una figura più necessaria del medico, perché era capace di incidere i bubboni, dando sollievo all'ammalato e affrettando la guarigione.

 Ma la mancanza del chirurgo non fu il solo problema che gli ufficiali di sanità pratesi dovettero affrontare. Il fatto di aver costruito il lazzaretto nel centro città non permetteva di tenere i malati in isolamento completo, con gente che riusciva ad uscire e parenti che riuscivano ad entrare. Così si decise di spostare il lazzaretto fuori dalle mura cittadine, e si cominciò a discutere sul luogo, discussione che si allungarono a causa dell'arrivo in città del chirurgo mandato da Firenze, il Coveri, che non si trovò d'accordo sulle scelte degli ufficiali pratesi. Il luogo da loro individuato per il lazzaretto era il Convento di Sant'Anna Vecchia, ma per il chirurgo fiorentino le stanze al primo piano dell'edificio erano troppo umide per poter essere destinate all'accoglienza dei malati, e proponeva perciò il convento dei francescani in località il Palco, che per i pratesi era difficile da raggiungere, collegato alla città com'era da una strada non proprio in ottime condizioni, ed in una posizione che, in inverno, sarebbe stata deleteria per i malati, esposti al freddo ed alle intemperie. Si era invece d'accordo nel considerare luogo ideale per il convalescenziario la Villa dei Gori presso Il Palco.

A quel punto si accese però la disputa perchè nessuna delle due comunità religiose (né gli eremitani di Sant'Anna Vecchia, né gli Zoccolanti del Palco erano intenzionati a cedere il loro convento): gli Zoccolanti accusarono il Coveri di collusione con gli Eremitani di Sant'Anna ( "questa sera è andato a cena da quei padri..."), mentre i padri di Sant'Anna ricordarono agli Ufficiali pratesi la concessione fatta loro dal Cardinale Giovanni de' Medici (in occasione del Sacco di Prato del 1512 quando il futuro Papa Leone X, grato alla Vergine per essere sfuggito al bombardamento del convento da parte dei pratesi, affrancò dalla giurisdizione pratese il convento di Sant'Anna). Chiedevano pertanto che il Granduca Ferdinando II rispettasse quel privilegio e di fatto negavano la loro disponibilità a ospitare il lazzaretto. La decisione spettò d'ufficio all'Ufficio di Sanità di Firenze che ratificò la scelta di Sant'Anna per il Lazzaretto e Il Palco per i convalescenti tra il 18 ed il 20 novembre.

Ma trasferire in inverno i malati tra i due luoghi si rivelò subito problematico: così si decise di requisire come luogo per la convalescenza una villa che sorgeva vicino a Sant'Anna, di proprietà di Lattanzio Vai, canonico della Pieve di Santo Stefano e appartenente ad una delle famiglie più in vista di Prato. E mentre gli Ufficiali di Sanità pratese erano occupati a trovare un alloggio in Prato ai padri eremitani sloggiati da Sant'Anna, Lattanzio Vai scrisse una lettera in cui si lamentava per la scelta degli ufficiali pratesi, sostenendo che nella zona c'erano molti altri edifici più adatti del suo allo scopo. Di fronte all' intervento della Sanità fiorentina (evidentemente istigata dagli "amici" della cui protezione Lattanzio Vai godeva sulle rive dell'Arno), il Podestà di Prato perse la pazienza e, convocato il suo segretario, gli fece redarre una lunga e dura lettera di risposta a Firenze, accusando don Lattanzio di falso: egli non viveva nella villa, ma a Prato e non aveva solo quella dimora in cui abitare, ma possedeva altre due case in città e tre ville nel contado.

Da Firenze non arrivò nessuna reazione e così gli ufficiali pratesi trovarono un accordo tra tutte le parti in causa: i frati di Sant'Anna concessero ai pratesi di realizzare il convalescenziario in un podere vicino al convento, mentre don Lattanzio, grato agli Eremitani per la loro generosità, fece una consistente elemosina al convento.

 Così.il 14 gennaio 1631, nel pieno dell'inverno, i 43 degenti del lazzaretto di San Silvestro vennero finalmente trasportati in una lunga processione fino a Sant'Anna, dove trovarono ad aspettarli il nuovo cerusico loro assegnato, eletto appena il giorno prima: si trattava del giovane Giacinto Gramigna, figlio del primo responsabile medico del lazzaretto di San Silvestro, che aveva appreso il mestiere lavorando col padre: non aveva nessun titolo specifico in materia sanitaria, ma in quelle condizioni d'emergenza ci si doveva accontentare. C'è anche da dire che nessuno dei 43 malati morì in quel viaggio, e nemmeno nei giorni successivi. A gestire questa situazione era stato eletto, il giorno 11 dicembre il nuovo Provveditore dell'Ufficio di Sanità pratese, l'esimio cittadino Cristofano di Giulio Ceffini

 

Prato 1630: A morbo, libera nos, Domine (Parte 2)Cristofano di Giulio Ceffini, un contabile contro la Peste "manzoniana": ignis, furca, aurum sunt medicina mali. 
a cura di Fabrizio Trallori

 

"...e non pensi niuno, quando incomincia la peste in una Città, che ella abbia ad andare attorno sur un carro dipinto di ossa, e di teschi, tirato da cavalli neri più che pece, con volto mostruoso, ed orribile, a guisa di una Furia, e di una Medusa, crinita di serpentelli, e di ceraste (vipere), facendo diventare di marmo, o infettando la gente, che la rincontra, con un suono di tromba avanti, che dica fuggite via ratti, ecco la peste. Quando si vede, che in una casa muoiono tutti, e che da quella si appicca in un'altra, a chi vi ha praticato, o avuto commerzio, e questi la comunicano a degli altri, allora quella è peste, contagio, o infezione, che dir vogliamo. Ma è difficile ravvisare in un gran prato, fra molte altre, un'erba, quando è tenera, e che spunta dalla terra, lo fa appena chi ne ha grandissima pratica: così in una Città, ove sono tante malattie, è difficile conoscere quando nasce quest'erba così velenosa della peste, oltreche l'uomo è solito dar facil credenza a quello, che vorrebbe,e di leggieri (di conseguenza) inganna se stesso, e si pessuade la parte più felice." (dalla "Relazione del contagio stato in Firenze 1630". n.e. Firenze 1714).

 

Cristofano Ceffini non era un medico, ma un agiato pratese (nella Decima Granducale del 1621 era stato tassato per poco più di 6 fiorini, mentre i più ricchi pagavano al fisco circa 8 fiorini: era perciò tra i 30 pratesi più ricchi del suo tempo) che aveva avuro anche esperienze di tipo amministrativo (nel 1629 era stato eletto Gonfaloniere di Prato per il bimestre marzo-aprile e dal primo settembre alla fine d'ottobre fu uno degli otto priori cittadini) e contabile (sostituto provveditore di palazzo alla fine di ottobre 1629).
Quando, il 3 agosto 1630, Prato si sentì ormai assediata dalla Peste, i consigli cittadini decisero di portare da quattro a otto gli Ufficiali di sanità ma trovarono dificoltà a reperire candidati: carica, infatti, non solo era molto rischiosa per la necessità di trovarsi ad operare a contatto con la malattia o potenziali infetti, ma anche chiedeva al candidato di assumersi randi responsabilità perchè da quelle decisioni poteva dipendere il futuro dell'intera comunità; infine la carica non era remunerata e per questo portò molti insigni pratesi a rifiutare con garbo ma fermamente l'incarico. L'unico che accettò l'invito del governo cittadino fu appunto Cristofano che l'11 dicembre, con la Peste ormai in citta da un paio di mesi, fu nominato Provveditore alla sanità: la sua battaglia contro la Peste era ufficialmente cominciata (gli fu riconosciuto anche un piccolo stipendio, 8 scudi al mese, la paga di un becchino).
I doveri del Provveditore erano ben specidicati dall'atto di nomina: prima di tutto doveva occuparsi del lazzaretto e del convalescenzario affinchè fossero provvisti di tutto il necessario per la cura dei malati (e badare che imalati fossero effettivamente condotti al lazzaretto); poi doveva assicurarsi che tutti gli infetti e i potenziali infetti fossero reclusi in casa dove dovevano ricevere il cibo (e di conseguenza assicurarsi che tutti pagassero la quota stabilita dal governo cittadino per essere mantenuti); di controllare al termine dei 22-30 giorni previsti dalla quarantena l'effettivo statodi salute degli abitanti della casa per evitare che qualcuno continuasse a ricevere gli aiuti della comunità anche una volta guarito; doveva assicurarsi altresì che le deliberazioni del governo cittadino fossero realmente messe in esecuzione e, in caso negativo, farle eseguire; doveva infine "sovrintendere che chi serve la sanità faccia l'offitio suo et che li malati et li convalescenti siano ben trattati e che li morti abbino aggiustata sepoltura e fare eseguire altre cose simili".
In particolare si raccomnadava al provveditore di controllare le spese per i sussidi alle famiglie in quarantena, soprattutto per quanto riguardava l'alimentazione.

 

Altri suggerimenti su come combattere la peste furono dati al Granduca dall'Arcivescovo di Firenze Cosimo dei Bardi che, forte dell'esperienza nell'aver affrontato la peste ad Avignone pochi anni prima, aveva scritto a tutti i curati, i pievano e gli abati del contado e distretto fiorentino per dar loro utili consigli, divenuti poi decreto granducale "per ammaestramento di quei che verranno": "che i becchini esposti mangiassero spesso cose preservative dal contagio, come noci, frutta, fichi secchi e simili, bevendo vini generosi e pigliando la sera avanti che profumassero le case, pillole di rufo (pillole a base di aloe incenso e mirra pestati con vino rosso "odoroso") o simili preservativi: innanzi e dopo maneggiassero robe infette si lavassero con aceto fortissimo i volti, le narici, le tempie e sotto le ditella; entrando nella camera infetta si tappassero la bocca ed il naso con un fazzoletto bagnato nell'aceto statovi dell'aglio in infusione, tenendo in bocca radice di erba angelica, cedro, garofani, e fimili: e portando in mano una facellina accesa, composta di legni odoriferi, come ginepro, ramerino, lauro, e sermenti di vite, sparsavi sopra pece greca, e salnitrio con zolfo; entrati in camera aprano le finestre, facendo nel mezo un buon fuoco, dove si trattengano, ovvero aspettino fuori, tanto che l'aria si purghi; fatto questo, il medesimo giorno, o se il tempo lo permettesse, il secondo, abbrucino tutto quello che ha servito immediatamente agli appestati, cioè panni di dosso, il letto e vasi di qualsivoglia sorta di terra, o di vetro, impiastri e medicamenti, facendo diligente nota di tutto quello che si abbrucia, perchè possa essere restituito alli eredi, avvertendo mentre che maneggiano queste masserizie di far meno polvere che sia possibile, per utilità propria; i panni lini, che non hanno servito immediatamente all'
infetto, per tre giorni si gettino nel ranno, poi s'imbucatino lavandoli nell'acqua corrente, e stati al sole, ed al vento per sette o otto giorni, avanti si portino si facgia loro un'altro bucato; le materasse, guanciali, e simili, che non si possono lavare, dopo averli scamatati, si spurghino all'aria 20 giorni, ogni di rivoltandoli, e scamatandoli; i mobili di ferro, rame, legnami da letto, casse si lavino con aceto bollente, o pure con ranno fortissimo, la camera dell'ammalato si purgherà col getitarvi nel mezzo calcina viva e spegnerla con aceto, o con ranno, e dopo per tre mattine annaffiarla con aceto, e imbiancandola con fior di calcina; tengansi di giorno le finestre aperte, e la notte serrate, profumando ogni sera con Ginepro, Ramerino, o Alloro; i mobili preziosi e cose, che non si possono lavare si tengano all'aria per otte giorni, spesso tramutandoli: l'Oro ed Argento, tanto in moneta come in ornamenti, e tutte le gioie si lavino con acqua pura, e poi si mettano in un vaso di rame con acqua a riscaldare: i grani e biade basterà sian mutati tre o quattro volte da una banda all'altra della stanza dove si ritrovano; le botti ed altri vasi si lavino di fuori con aceto, o ranno, facendoli poi attorno una fumata con paglia; le scritture si profumino diligentemente, e nei luoghi si getti gran quantità di acqua, e di più assai calcina viva; se in qualche orto fosse sotterrato un infetto si getti sopra per tre volte, ogni settimana, calcina viva, spenta con aceto o ranno, senza muovere la terra, e poi vi si faccia un monte di sassi [...]".

 

Un altro problema era organizzare la distribuzione del cibo a coloro che erano in quarantena nelle case. A Firenze, in quei giorni, i documenti ci dicono che "la distribuzione del vivere si faceva la mattina per tempissimo, e quello che era dato a chi prendeva il sussidio, si chiamava razione, ed era questa; due pani di una libbra l'uno (la libbra, sul territorio fiorentino, era equivalente a circa 340 gr.), e spesse vol te uno biscottato, che tornava di peso circa l'ott'oncie (12 once equivalevano a una libbra, per cui il pane biscottato era di peso di circa 230gr.) e questo per sanità; una mezzetta di vino (poco più di mezzo litro); carne una mezza libbra, tre volte la settimana (la domenica, il lunedì e il giovedì; il martedì della salsiccia; mercoledì, venerdì, e sabato quattr'oncie di riso; quattr'oncie di olio la settimana; quattr'oncie di sale; un mezzo stajo di brace; quattro fascine, ovvero sette pezzi di legne grosse; e un quartuccio d'aceto; a ogni casa una granata, e un mazzo di zolfanelli, e il Venerdì del Carnevale si diede dell'uova, e spesse volte i giorni magri, cacio due oncie per testa, e dell' insalata, e qualche volta del ginepro, cipresso, e pino per ardere, e fare odore. Per ogni strada si deputarono due pagati, i quali portassero l'acqua a quelli che non avevano pozzo in casa, acciocchè non uscissero per alcuna cagione. si distribuiva giorno per giorno, e al più un dì per l'altro, perchè i riserrati non consumassero in una volta quello che aveva a servire più giorni".
Anche a Prato, come in tutte le altre comunità toccate dall'epidemia (che nell'Italia post-medievale erano ricorrenti solo per restare in Toscana, epidemie di peste si erano ripetute, dopo il 1348, nel 1374, nel 1383, nel 1400, nel 1411, 1423-24, 1430, 1437-38, 1449-50, 1465-67, 1478, 1495, 1498, 1509, 1522-1528) il vitto per coloro che erano in quarantena fu uno dei principali problemi che si dovevano affrontare in tempo di Peste, anche perché, considerata la miseria generale, erano in molti quelli che rimanevano in casa dpo la scadenza della quarantena per godere del cibo fornito dalla comunità; inoltre c'era chi cercava di aprofittare della situazione non denunciando i decessi: in tal modo l'amministrazione continuava a pagare per dei "fantasmi" nati dall'accordo tra i parenti del defunto e l'ufficiale addetto alla consegna del vitto che si spartiano i proventi della frode.
I provvedimenti presi da Cristofano a questo riguardo furono rigorosi: fece riaprire le case di chi aveva già tarscorso il peiodo di quarantena, ridusse prima di un quarto e poi della metà (da 13 soldi e 1/3 per il vitto giornaliero, ordinò che tuti coloro che avevano modo di sostentarsi con le proprie tasche fossero esentati dal sussio pubblico "per sollevare in parte da tanta spesa la comunità", così come non avrebbero più goduto dei pasti pagati con il denaro del pubblico erario tutti coloro che, infetti, si fossero rifiutati di andare al lazzaretto "per dare maggiore animo a' poveri di andare al lazzaretto". Vennero prese anche alcune drastiche decisioni riguardo all'impedire il difondersi del contagio: rinchiudere in casa non solo i malati ma anche i sospetti per una quarantena di 22 giorni; obbligare a rimanere allazzaretto tutti i contagiati (a sant'Anna, però, non ne vennero mai ospitati diù di 60); mandare i sopravvissuti per altri 22 giorni al convalescenziario di Villa Vai.
A questo proposito, però, Cristofano si trovò ad affrontare un nuovo problema, evidentissimo nel momento più cupo dell'epidemia (tra il gennaio ed il giugno 1631), dato dall'impossibilità di ospitare nel lazzaretto tutti coloro che ne avevano bisogno e dall'altra di non poter mandare al convelescenziario tutti quelli che avevano passato la fase più acuta della malatti: il 25 febbraio 1631 il podestà di Prato informava il governo fiorentino che "nel lazzaretto sono 44 malati e nella convalescenza 5, che di questi 35 sono in grado che si potrebbero licenziare" ma che non si era potuto dimettere perché mancavano i soldi per comprare loro vestiti nuovi (abiti usati avrebbero potuto essere motivo di contagio) "dopo che si era abbruciato loro i vecchi". La prassi, infatti, voleva che i dimessi, prima di lasciare il lazzaretto, dovessero essere lavati accuratamente, "abbruciatili tutti i lor panni di dosso e rivestiti di nuovo da capo a piedi e datoli a elemosina s. 10 per ciascuno", ma le ristrettezze in cui versavano le casse pubbliche permettevano solo in teoria questo procedimento e così non potevano essere affettutate le dimissioni in modo "regolare", creando sovraffollamento a sant'Anna. Così furono spediti al convalescenziario pazienti probabilmente non ancora guariti del tutto , talvolta rivestiti degli stessi abiti con cui si erano recati al lazzaretto e non tutti i convalescenti, per conseguenza, rispettarono la quarantena di 22 giorni "intuppandosi in molte difficoltà nel vitto".

 

Il grosso probema di Cristofano infatti non era solo la malattia, ma lo'Ospedale della Misericordia da cui dipendeva la gestione del lazzaretto per le masserizie, i viveri e gli arredi. L'Ospedale era gestito da un governatore di nomina granducale, cioè fiorentina e a quel tempo la carica era ricoperta da Andrea Martinazzi, il quale sembra fosse ampiamente dotato di tutta quella superbia fiorentina verso i "provincialotti", i "veniticci" del contado e delle comunità soggette tanto da lesinare gli aiuti al lazzaretto (vitto, legna "per abbruciare i panni dei convalescenti", e soprattutto, medicinali"). Per fortuna Cristofano era riuscito, risparmiando sul vitto, riparando agli abusi a questa legati pratica come detto sopra e favorendo iniziative tese a trovare sostegni economici ed aiuti per il lazzaretto ed il convalescenziario : chiedendo a tutti i pratesi di darsi daffare per trovare "robbe e denari" riuscì a costituire un piccolo fondo speciale con cui si provvide ad acquistare tutto ciò che necessitava a sant'Anna (cibo, medicine, coperte e legna). Lui stesso, con due aiutanti, si recò in prima persona a farela questua casa per casa, sensibilizzando i pratesi prima sulla necessità di spostare il lazzaretto fuori dalle mura cittadine, poi per sostentare i malati ospitati nella struttura: tra il dicembre 1630 ed la fine del mese di gennaio, Cristofano riuscì a spedire a sant'Anna:
Una coltrice (materasso) di penna usata
Tre panni da letto
Quattro coperte da letto
Otto materasse di capecchio (filaccia di lana o lino)
Un lenuolo grande e buono
Una materassa di lana
Due sacconi usati (materasso fatto di sacco riempito di paglia o cenci)
Undici sacconi nuovi
Ventidue lenzuola
Tre legname da letto (struure in legno per il letto)
Tre primacci (cuscini)

 

Al chirugo si sant'Anna fu destinato un letto di legno, il materasso di piume, il materasso di capecchio, un cuscino ed un paio di lenzuola, mentre il resto fu mandato al convalescenziaro.
Oltre a queste cose i ptaresi portarono anche cose che Cristofano definisce "cattive", cioè in pessimo stato di conservazione o potenzialmente infette, che vennero pericò bruciate sul greto del Bisenzio. Infine frutto della cerca fu anche una somma tuttosommato importante: 166 lire e 10 soldi (un certo Francesco Bizzocchi fu il donatore più generoso con 21 lire). Altro denaro venne dalla vicenda giudiziaria di sabartino da Colonica e simone da Fossi: i due, sorpesi mentre cercavano di entrare in Prato senza passaporto sanitario, erano stati condannati a due tratti di corda, ma per evitare la condanna si dichiararono pronti a pagare. La muta di 70 lire loro inflitta andò ad rendere più consistente la somma a disposizion per i malatti di sant'Anna.

 

Le cose rimasero però precarie anche perché con il Martinazzi le incomprensioni erano tali da costringere, nel giugno del 1631, il Consiglio del Comune di Prato (con lettera sottoscritta dallo stesso podestà) ad informare della situazione il governo granducale che però non prese provvedimenti: così allafine dello stesso mese di giugno, "mancando agli ammalati ed a convalescenti molte cose necessarie" si fece avanti una confraternita laica, la Veneranda Confraternica del Pellegrino che propose, agli ufficiali pratesi di assumersi l'incarico, come opera di carità, di farsi carico del lazzaretto e del convalescenziatio affinché gli ospiti delle due strutture "havessero vitto, fuoco e medicamenti a bastanza".

 

Ma ormai l'epidemia era nella sua fase di decrescita: il 21 settembre 1631 la Veneranda Confraternita del Pellegrino fu in grado di restituire agli ufficiali di Prato il lazzaretto ormai vuoto, momento celebrato in città con una messa solenne in Duomo celebrata dal domenicano padre Campana mente "la sera si fecero feste con fuochi e campane".
Tra l'ottobre del 1630 ed il luglio1631 la peste aveva causato la morte di circa 1500 persone (su una popolazione, ricordiamolo, di circa 6-7.000 persone), colpendo la città in maniera minore rispetto ai grandi centri dell'Italia settentrionale (a Verona era scomparso il 60% della popolazione, a Modena e Padova più del 50%, a Cremona, Brescia e Piacenza più del 40% e poco meno a Bergamo) ma con una percentuale doppia di decessi rispetto alla vicina Firenze (9.000 su 76.000 abitanti).
Dopo la peste Cristofano proseguì la sua carriera di buon cittadino: la cura ed il puntiglio messo in mostra in quei terribili giorni gli valsero la nomina a contabile dell'Ospedale della Misericordia nel 1632. L'anno successivo, quando la peste si ripresentò, non solo fu chiamato a ricoprire la carica di Ufficiale Sanitario ma ricevette anche l'incarico di Delegato della Comunità di Prato presso il Granduca per gli Affari Sanitari, incarico che gli fruttò, alla scadenza della nomina, un premio di 24 scudi e il dono di un cavallo. L'ultimo documento di lui che ci è rimasto riguarda una richiesta di denaro per aver fornito all'Archivio cittadino il suo diario redattto nei giorni della Peste, richioesta che nonsappiamo se sia mai stata soddisfatta. Cristofano di Giulio Ceffini, il contabile che diventò medico, morì a Prato il 4 luglio del 1642 e ora riposa in San Francesco.

 


Post Scriptum: come già era successo per la grande epidemia del 1348 a livello continentale, anche la pestilenza che colpì l'Italia centro-settentrionale lasciò il suo segno: l'Italia settentrionale, infatti, era il passaggio obbligato per l'Impero Spagnolo per i rifornimenti alle truppe impegnate nelle guerre nelle Fiandre (regione importantisima dal punto di vista economico in quanto luogo di passaggio per tutte le merci che dall'Europa centro.settentrionale ragigungevano la Francia ed i paesi mediterranei. Aumentando le difficoltà della Guerra (e quindi i costi) e considerando che l'economia spagnola non solo era stata già gravemente colpita dalla grave scofitta subita dalla sua flotta, l'Invincibile Armada, nel 1588 al largo delle coste irlandesi, ma anche aveva visto diminuire significativamente il flusso delle risorse provenienti dalle colonie sudamericane in conseguenza delle attivtà dei corsari inglesi e francesi la Spagna si avviò velocemente al declino: il 19 maggio 1643, tra le paludi di Rocroi (nella Francia settentrionale), i battaglioni di veterani spagnoli furono gravemente sconfitti dalla cavalleria francese. Il Siglo de Oro era finito ed era cominciato il secolo del Re Sole.

 Tema: Che ne sarà di noi?

 

A peste, fame, et bello, libera nos Domine!
La Paura, i flagellanti, il morbo: Francesco di Marco Datini, i Penitenti Bianchi e la peste del 1399.a cura di Fabrizio Trallori

Alla fine del XIV secolo l'Apocalisse appare vicina: l'epoca dei cavalieri e dei castelli, delle cattedrali e dei Santi, dei mercanti e delle fiere sembra ormai lontana. Epidemie, carestia e guerre hanno caratterizzato la vita degli uomini già nella prima parte del secolo e la Grande Peste del 1348 è stato solo il punto più alto (oggi diremmo il picco) delle calamità che si sono abbattute su una popolazione ormai allo stremo delle forze dopo anni di guerre, carestie ed epidemie.
Il Trecento infatti non è solo l'epoca dei grandi pittori (Giotto, Simone Martini o Ambrogio Lorenzetti solo per citare qualche nome), dei grandi letterati (Dante, Petrarca, Boccaccio solo per restare in Italia) o dei grandi Mercanti (Francesco di Marco Datini, per fare un nome), ma è soprattutto un periodo estremamente difficile per coloro che hanno avuto l'avventura di viverci. Il Trecento è sostanzialmente il secolo in cui tramonta definitivamente il Medioevo sotto i colpi delle epidemia, della carestia, delle guerre endemiche in tutto il mondo allora conosciuto, delle grandi crisi economiche e delle conseguenti prime rivolte sociali che, esprimendo tutto il disagio delle classi subalterne, mettono in discussione tutta la struttura della società così come si era venuta a modellare nei secoli precedenti con un vertice di privilegiati ed una larga base al loro servizio e rendono chiaro a tutti che un'epoca si stava chiudendo.

Neanche gli anni che chiudono il secolo risparmiano agli uomini queste calamità e sono anch'essi contrassegnati dalle solite guerre, dalla carestia e dalla peste, come ci racconta i cronista lucchese Luca Dominici:
"Ora sappi che la moria per tutto questo paese è sì grandissima e per la città castella e ville che non ci rimane persona; cascano le persone ritte in terra morte: chi muore in un dì e chi in due. Serransi le case e le botteghe: rimangono le persone morte e inferme, non si trova chi l'aiuti, chi fugge qua e chi là; è il maggiore stupore mai si vedesse. Ogni dì da fare piove e trae vento e non ci è rimedio niuno: i giovani, fanciulli, vecchi di ogni generazione gente. [...] E a dì 7 di luglio si bandì che tre mattine si dovesse andare a Duomo a udire una messa intera e così si cantò e udissi. E a dì 11 si fece processione con le reliquie per amore della pestilenzia cessare: non fece mai peggio. Cristo ci aiuti. E il podestà nostro è morto in Pistoia e al capitano la donna e delli otto figliuoli li sette, e a me morì la donna a dì 27 di luglio. Li ufiziali fuggono e il capitano è ito a stare a S. Antonio e il cavalieri suo va per la terra solo con un famiglio e quello del podestà non v'ha, è fuggito infine a calen di agosto. Non fece mai peggio la morìa: ècci morta circa la metà della gente, cioè bocche 4000; e simile in contado. Cristo ci aiuti".

In questo mondo allo stremo, i predicatori che percorrono le strade di Toscana come quelle d'Europa, o che parlano ai fedeli dai pulpiti dei grandi conventi o nelle piazze delle città, leggono l'avvento dell'Anticristo (che si dicee sia nato in Oriente, presso l'antica Babilonia) e l'approssimarsi della fine del mondo, quando le milizie dell’Anticristo, si legge in una predica di anonimo autore domenicano risalente probabilmente al 1389, «aranno potestade uno anno e uno mese et uno die et una ora d’uccidere la terça parte de’ mali huomini che non vorranno penitencia de’ loro peccati et delle offensioni che fecero contra Dio». Solo allora gli uomini comprenderanno di essere stati ingannati, e "ritorneranno a penitençia" in attesa della venuta dell'ultimo giorno quando " sedrà Dio sopra VII cieli con tutti li angeli et con tutti gli eletti suoi, et presente chadrà lo sole et la luna et le stelle di cielo, et incenderanno tutto lo mondo et tutte queste incendie chadranno sopra li peccatori di ninferno, né questo cielo né questa tera né mare non sarà mai, ançi fie cielo nuovo et terra nuova. Nel cielo nuovo sedrà Dio co’ li angeli et cogli arcangeli et co·lli apostoli et co·lli marteri et co·lli confessori et co·lli vergini. Terra nuova: sì ·ssi chiama, et terra vivente, et paradisi. Et quivi staranno li fedeli di Dio. Et in quello luogo sarà magiore gratia et magiore divitia che nullo homo lo potrebbe pensare col chuore né dire co·lla lingua. A quello rengno et a quella gloria ci faccia Dio venire. Amen".
Ma prima che il giorno finale arrivi, continuano i predicatori, Dio ha voluto concedere all'uomo un'ultima possibilità di pentimento e così, in questo mondo, "... mal disposto e di molti peccati ripieno e acto a disfare l'uno paeze l'altro, e l'uno uomo l'altro, e non ponendosi freno a neuna cosa (...) à voluto la divina bontà dimostrare certo sengno per lo quale il mondo si coregha e reducasi a vero cognoscimento di Dio, acciò che ungnuno s'astenga de' peccati et virtudiosamente vivano":

Nacquero così diversi movimenti spontanei di penitenti, accomunati dal vestire un abito di sacco bianco (i più fortunati al posto del sacco usavano il lino), movimenti sulla cui origine abbiamo diverse versioni che però concordano su un fattto: la volontà di Dio si esprime attraverso visioni miracolose.
Secondo la Cronaca del domenicano fiorentino Giovanni Dominici, che riprende una predica di un frate del convento di Santo Spirito di Firenze, Maestro Grazia, gli inizi della devozione si sarebbero manifestati in Irlanda, all'inizio dell'estate del 1397: un'anziana monaca, Capperledis, sognò di essere stata portata in Cielo da un'angelo che la posò su un prato. Intorno a lei un numero infinito di Bianchi, gli spiriti beati che vivevano nella luce del Signore. Al centro del prato vide Dio Padre nell’atto di minacciare una seconda crocifissione di Cristo. Per impedire che ciò accadesse, intervenne la Vergine Maria (secondo il ruolo tradizionale di Maria mediatrice tra Dio e gli uomini) che si prese la responsabilità della redenzione dei peccatori,imponendo loro una penitenza testimoniata dall'assumere l'abito bianco, dal sottoporsi all'astinenza alimentare e dal percorrere le strade del mondo in processione chiedendo perdono dei propri peccati. Al termine della visione l’angelo impose alla monaca di informare il suo Vescovo: «Vattene e di’ tutto questo fatto che hai veduto al prete di una chiesa che troverai (…) e di’ che ’l dica al vescovo». Fu proprio il presule che, «fatto solenne esamine di questo fatto», diede inizio al movimento.
Per la maggior parte delle cronache del tempo, invece, tutto era cominciato tra la fine dell'estate del 1398 nell'Inghilterra scossa dalle lotte per il potere tra i vari pretendenti al trono del paese. Cristo, sotto le spoglie di un pellegrino, era apparso ad un contadino e gli aveva chiesto di gettare tre pani in una fonte. L'uomo si stava ormai preparando ad obbedire all'ordine ricevuto, quando gli era apparsa, vestita di bianco e piangente, la Vergine Maria che gli aveva svelato la vera identità del pellegrino e il motivo del gesto che gli era stato ordinato di compiere: se i tre pani fossero stati gettati nella fonte, l'intero genere umano sarebbe stato distrutto. La Vergine, in quel momento più che mai "avochata de' peccatori", non poté però evitare la punizione per gli Uomini, ma solo allievarla convincendo il Figlio a che un solo pane fosse gettato nella fonte, a significare la fine di un terzo dell'umanita "di diverse morti" (secondo altre fonti i tre pani rappresentavano la guerra, la fame e la peste: il contadino gettò nella fonte il pane della peste che prese subito a fare larghi vuoti tra la popolazione). Ma la Vergine volle anche avvertire gli uomini di ciò che stava per accadere e fece del contadino il suo messaggero perché avvertisse tutti della necessità di riappacificarsi con Dio "... facendo penitenza con digiuni et orationi et vestiti di bianco".(Sercambi, Croniche, II, 290-4).

Poco dopo, un secondo miracolo, stavolta nel territorio di Marsiglia, viene narrato dai cronisti come un ulteriore avvertimento di ciò che stava per compiersi se l'Uomo non si fosse pentito ed avesse fatto penitenza: un contadino, intento a lavorare la terra con i suoi buoi, sentì uno degli animali parlare con voce umana e lamentarsi per le percosse ricevute; meravigliato, pungolò di nuovo il bue che, per tutta risposta, se lo caricò sulla groppa trascinandolo in volo e posandolo in un luogo solitario. Qui, il contadino si accorse che tra le corna del bue era apparso un Angelo che prima lo esortò a predicare il pentimento e la penitenza tra gli Uomini, poi gli mostrò un libro che teneva tra le mani "... dove era scritto "quello che Dio vorrà fare del papa e dell'altro populo" e che nessuno avrebbe potuto leggere "fine a tanto che non sarà portato a Roma in su l'altare di Sampiero e quine aparirà uno angelo, il quale aperrà questo libro ed allora si saprà quello che Dio comanderà... Et dirai che ogni persona faccia penitenza e digiuni con orationi, pregando Dio che si humili verso l' umana generatione...". (Sercambi, Croniche, II, 302-303).
Poi l'angelo sparì ed il contadino si trovò nel suo campo, nel punto in cui era cominciato il suo viaggio miracoloso: recatosi in città, cominciò subito a raccontare ciò che gli era successo e il messaggio che l'angelo gli aveva affidato. Lo stesso Vescovo della città, insieme a tutti gli altri prelati, si vestì di bianco e cominciarono subito le processioni e le manifestazioni penitenziali:


Ognun tosto pigliava
La vesta biancha assai devotamente,
Gridando fortemente:
Misericordia, Idio, misericordia,
Pace con gran concordia;
Ognun gridava di bianco vestito.
Con solenne orationi
Andavan tucti quanti a una serra,
E con gran processioni,
Facendo pacie lassando ogni guerra.


l movimento penitenziale partì così dai ceti più bassi, quelli su cui la crisi economica si stava abbattendo in modo più violento, ed all'inizio partì in modo spontaneo tra l'indifferenza (e spesso l'ostilità) dei ricchi mercanti e dei ceti al vertice della società che videro in questo movimento il segno di una pericolosa rivolta sociale pronta a mettere in discussione i loro privilegi. D'altronde, anche questo, raccontano le cronache del tempo, è un segno della Vontà Divina: Dio ha visto che né i signori né il clero riuscivano a comprendere la necessità del pentimento e della penitenza in attesa del Giudizio ed allora " vuole la divina misericordia che in nelli huomini grossi et materiali si dimostri la sua potentia".

Così il cronista lucchese Giovanni Sercambi ci presenta il movimento dei Penitenti Bianchi che, alla fine del XIV secolo, vestiti di sacchi non colorati (cioè bianchi, da cui il nome) in segno di umiltà, col capo coperto da un cappuccio crucisignato dello stesso colore ed a torso nudo, si muovevano in processione da città in città, dove organizzavano pubbliche cerimonie penitenziali per una durata di nove giorni prima di ripartire per la tappa successiva, scalzi, seguendo un Crocifisso e cantando litanie devozionali mentre fustigavano a sangue i loro corpi con rudimentali flagelli fatti di corda e cuoio (Sercambi, Croniche, II, 290-1). Gridavano pace e misericordia ripetendo le parole tre volte per invocare il perdono Divino, e per ogni città che attraversavano dovevano visitare almeno tre chiese ed in una di queste ascoltare una messa solenne con predica: il regime alimentare era molto rigido, non prevedeva carne ed il sabato digiuno a pane e acqua.

Dalla Francia meridionale il movimento dei Bianchi arrivò velocemente in Italia e già all'inizio del mese di marzo del 1399 un gruppo di circa 5.000 persone era entrato nella cittadina di Chieri, presso Torino: il gruppo non aveva una vera e propria guida, ed a unire quelle persone sembra fosse solo l'esasperazione per la lunga guerra che in quegli anni stava mettendo a confronto i Conti di Savoia ed i Marchesi del Monferrato. Camminavano in processione al consueto grido “Pace e misericordia” e, flagellandosi a sangue in segno di penitenza, con la schiena scoperta, con i fianchi cinti dal cordone penitenziale ed a piedi scalzi, cominciarono a percorrere le vie dell'Italia Settentrionale con l'obiettivo di esaudire la profezia dell'Angelo ed arrivare a Roma dove, solo da pochi anni, era tornato a risiedere il Papa, Bonifacio IX.
Dopo essersi fermato nella cittadina alle porte di Torino per i consueti nove giorni, il gruppo era ripartito verso Alessandria, ingrossandosi villaggio dopo villaggio e città dopo città con nuovi devoti che però ora non appartenevano più ai soli ceti minori della cocietà ma anche alla ricca borghesia mercantile, all'aristocrazia ed a gli altri ranghi ecclesiatici che, convinti dalla Fede dei penitenti e dai miracoli che si raccontava avvenissero lungo il cammino della processione, ritenevano ormai maturi tempi per un rinnovamento dei costumi e dello spirito.
Quando la processione arrivò a Genova, il 5 luglio 1399, secondo Giovanni Sercambi, il numero dei penitenti ammontava ormai a poco meno di 20.000 persone: alla porta della città, nel quartiere della Polvecera, li accolse personalmente il vecchio Arcivescovo Giacomo Fieschi che, a cavallo, si mise a capo del gruppo guidando la processione. Con questo atto, il movimento senza leader ne acquistò uno: fu infatti lo stesso Giacomo Fieschi a convocare in duomo tutto il clero cittadino e qui celebrò messa solenne incentrata su una predica in cui spiegava le ragioni del movimento ed insegnava ai fedeli le pratiche devozionali e penitenziali che da quel momento avrebbero contradisitnto il movimento. Da Genova cominciò per i Bianchi una seconda fase dela propria esperienza; accanto alla religione si muoveva ormai la politica perché, come a Genova, in tutte le città italiane rette da regimi "di popolo" (cioè rette da governi guidati dai ricchi mercanti), l'invocazione della pace e della misericordia dei Penitenti divenne lo strumento per intervenire sull'ordine sociale interno partendo dalla fine delle lotte intestine tra le grandi casate (il divieto di vendetta, ad esempio, veniva a dindebolire i legami parentali). Dopo Genova, infatti, i governi cittadini delle città attraversate dal movimento si resero conto delle ripercussioni politiche che quelle processioni avrebbero potuto assumere ed ebbero pertanto comportamenti diversi nei confronti dei penitenti: a Venezia, ad esempio, non solo venne proibito di attraversare la città ad una folta schiera di penitenti guidata dal frate Giovanni Dominici, ma i pellegrini furono dispersi con la violenza ed il loro leader arrestato e messo al bando per 5 anni su tutto il territorio della Serenissima. A Bologna (ed in genere in tutte le Romagne), invece fu la Chiesa a mettersi a capo di tutto il movimento, inquadrandolo nelle proprie strutture: furono i vescovi a fuidare le processioni in città e ad accompagnare fino al terriotriio della diocesi vicina i penitenti, consegnandoli letteralmente nelle mani dell'altro presule. A Bologna. I bianchi entrano seguendo un ordine processionale prestablito dalle autorità ecclesiastiche cittadine: vengono suddivisi per parrocchie, ogni gruppo ha un suo gonfalone che lo contraddistingue ed è il Vescovo ad indicare quali fossero le chiese da visitare per ottenere le indulgenze ed il perdono dei peccati.
I Bianchi rimasero nella città ligure per circa tre settimane visitando chiese, riappacificando antichi rancori e promuovendo la pace sociale. Poi, preceduti dalla fama dei molti miracoli avenuti durante il loro passaggio, alla fine di maggio si rimisero in cammino e anche se si ebbe qualche processione a Napoli, in Calabria, nelle Puglie e nel Friuli, il movimento dei flagellanti si divise in tre tronconi principali: il primo, come detto, seguendo il frate Giovanni Dominici si avviò verso l'Italia settentrionale, con l'obiettivo di raggiungere Venezia attraversando la Lombardia ed il Veneto: il secondo camminò sulle strade dell'Emilia e della Romagna, poi raggiunse Orvieto e da qui partì il 6 settembre un primo gruppo di virca 10.000 flagellanti verso Roma dove il Papa, dopo un primo momento di perplessità, constatata poi la pietà che animava i pellegrini e convinto da un miracolo avvenuto presso la cittadina di Sutri (il 6 settembre 1399, in una chiesa della cittadina laziale, un cavaliere tedesco che si era unito ai Bianchi di nome Enrico stava cercando di riappacificare un sutrino, Matteo Trovarie, con la moglie Giuliana: al rifiuto di qualsiasi accordo dell'uomo, Enrico si era messo a pregare intensamente il Crocifisso dal cui costato era zampillata una goccia di sangue che, caduta sull'altare, aveva preso la forma di una faccia umana), li accolse favorevolmente organizzando perfino una ostensione eccezionale della Veronica (il sudario su cui era impresso il Volto di Cristo). Così il 7 settembre i Bianchi (che intanto erano aumentati a circa 12.000 pellegrini) poterono entrare solennemente in Roma seguendo la croce di Sutri portata dal conte Niccolò dell'Anguillara (titolare del territorio di Sutri)mentre anche i Romani cominciarono a vestirsi di bianco e a flagellarsi.
Il terzo infine si mosse verso la Toscana percorrendo la Via Francigena da Sarzana, Luni e Pietrasanta. Qui il gruppo si divise e mentre il grosso tornava verso casa, in 65 proseguirono verso Lucca. Le loro fila si ingrossarono di villaggio in villaggio e quando arrivarono a Camaiore il 6 agosto 1399 il loro numero era ormai raddoppiato. Si presentarono alle porte di Lucca il giorno 9, ma una parte di loro (circa la metà) preferì proseguire lungo la Francigena in direzione di Fucecchio e San Miniato (dove però non trovarono buona accoglienza). Gli altri entrarono a Lucca dove, in un primo momento furono accolti con favore dalle autorità cittadine che concessero loro di vistare il Volto Santo esposto nella cattedrale di San Martino.
Nella ricca Toscana, sconvolta dalla Crisi economica delle grandi compagnie di setaioli e lanalioli, i governi cittadini però cominciavano ormai a guardare con sospetto quei gruppi senza leader dichiarati (e perciò più difficili da controllare) che percorrevano le campagne facendo proseliti e attraversano città senza curarsi delgli schieramenti politici e delle alleanze militari. Lucca rese evidente questo nuovo atteggiamento verso i Penitenti.
Infatti, dopo la buona accoglienza iniziale, l'atteggiamento del Consiglio degli Anziani della città cambiò radicalmente. In una città che stava vivendo la scalata al potere della famiglia Guinigi (che nel 1400 avrebbero assunto il titolo di Signori), c'era la necessità di controllare le fazioni cittadine e fuori dalle mura, dove era più facile sottrarsi al controllo delle istituzioni, quei gruppi di penitenti potevano divenire un potenziale pericolo perché tra le loro fila potevano inserirsi potenziali elementi pericolosi per l'ordine pubblico. D'altra parte non si poteva neanche ignorare come molti lucchesi, "molti ciptadini da bene et donne in gram numero", fossero rimasti così impressionati da quei penitenti da decidere di unirsi a loro. Così, perché " Luccha non s' abandonasse de' Lucchesi", il Comune decise di dare ai propri cittadini un'alternativa: processioni penitenziali sì, ma solo quelle organizzate dal Comune e dal Clero cittadino all'interno dlele mura urbane, divieto di seguire i Bianchi lungo il loro cammino al di fuori delle mura della città.
Così anche i Luchesi poterono aderire al movimento, ma non muovendosi dalla città: le processioni vennero infatti tenute all'interno della cerchia urbana e per fare in modo che la gente (compresi quei devoti arrivati in città al seguito dei Bianchi provenienti da Pietrasanta) preferisse queste processioni urbane a quelle del movimento che si stavano spargendo per la campagna, il Comune ordinò "che a tucti i Bianchi che a Luccha venissero si desse pane, vino, formaggio e altre cose in abundansia per amor di Dio, oltra quello che era dato per li ciptadini (…). E così (...) si trovonno in Luccha vestiti di bianco forestieri più di XXVm ai quali fu per lo comune di Lucha proveduto, che tucti ebeno sensa gosto pane, vino, formaggio in abundanza».
Il 13 agosto, 2500 bianchi uscirono dalle mura di Lucca per andare, attraverso la Valdinievole, a Pistoia dove furono accolti con grandi onori dalla città: dopo aver reso omaggio in cattedrale alle reliquie di San Iacopo (donando un paliotto da altare e numerosi ceri) ed aver visitato altre chiese cittadine, i penitenti decisero di recarsi al convento francescano presso l'omonima chiesa cittadina e i pistoiesi, che nel frattempo avevano approntato le mense davanti alla cattedrale (".. molte mense e fornite di pane, vino, formaggio e fructi in grande abundanza" , acciò che i dicti Bianchi mangiassero"), furono pronti a allestire nuove mense in quel luogo: " subito per li Pistoresi fu in quel luogo apparechiato in terra sopra le tovagle ; messo le vivande..." Poi, cominciarono le cerimonie di riappacificazione e si chiese la liberazione dei prigionieri e che a tutti fosse perdonato le colpe. A sera, i Bianchi si mossero verso Prato "e li huomini di Pistoia mandònno loro dirieto some di pane, vino e formagio per sostentatione della sera...". (Giovanni Sercambi, Croniche, II, p. 351).
La mattina del 14 agosto i Bianchi giunsero a a Prato "... e quine funno ricevuti honorevilemente; e veduto la cintura di Nostra Donna, e facto loro reverenda e offerto alquanta cera, si partirono di Prato, e la sera s' alogiònno a Campi presso a Firenza" (Giovanni Sercambi, Croniche, II, p. 352) dove arrivarono la mattina del 15 agosto: in una città fieramente divisa in fazioni, non fu però facile per i penitenti far prendere sul serio le loro richieste di pacificazione e di perdono.
I fiorentini reagirono alle processioni dei Bianchi con lo scherno e le beffe riguardo alle loro vesti e quando il gruppo dei penitenti si ritrovò per mangiare sulla piazza davanti al convento francescano di Santa Croce, nonostante il Crocifisso portato da Lucca avesse ridato la vista a un cieco, sulle loro tavole il cibo, dice il cronista, fu dato "non in abondanza". Naturalmente i Priori si erano rifiutati categoricamente di accogliere le richieste dei Penitenti di liberare i prigionieri nonostante una processione sotto il loro Palazzo ed anche in questa occasione, a sostegno dei devoti dovette intervenire la Grazia Divina con nuovi miracoli: un tabernacolo, contenente le ostie consacrate, portato in processione da un prete si attaccò alle mani ed alla fronte dello sfortunato chierico e si staccò solo quando, portato in Palazzo, i Priori tornarono sulle loro decisioni, consentendo la liberazione di 70 prigionieri.
Nei giorni successivi, tra i 16 ed il 24 agosto, i miracoli seguirono i Bianchi in tutto il contado fiorentino: alla Lastra liberò un indemoniato e guarì un paralitico a Signa ed uno a Montelupo. Il 24 agosto fu la volta della Val di Marina dove un gruppo di Bianchi proveniente a Empoli e preceduto dal Crocifisso (ora conservato presso la collegiata di Sant'Andrea) si trovò a transitare diretto verso il Mugello e Fiesole (da cui si arrivava da Legri): pregavano e si flagellavano perché la peste passasse e quando arrivarono in Val di Marina, ci raccontano le memorie della Collegiata di Empoli redatte nel XVII secolo dal canonico Luigi Lazzeri, "... essendosi coricati nella campagna per ristorarsi col cibo, ed avendo perciò appoggiato il Crocifisso ad un mandorlo secco, trovarono dopo la refezione detto mandorlo tutto rivestito di fronde e fiori, per il che concepirono viva speranza che fosse cessata, siccome veramente cessata era la pestilenza. Onde tutti allegri se ne tornarono alle loro case, e molti se ne fecero ascrivere nella compagnia dandone beni, e danari per suo mantenimento, e facendo ogn’anno la festa della S. Croce ai dì 14 di Settembre."

L'impressione che i Bianchi suscitarono anche in riva al Bisenzio e le voci dei molti miracoli che accadevano al loro passaggio non lasciarono indifferente neanche il pratese più famoso di quesi tempi, anzi, il Pratese: Francesco di Marco Datini. Nelle sue Ricordanze ci ha lasciato infatti una memoria (riportata da Cesare Guasti) riguardante la sua partecipazione al movimento dei Bianchi. La data è quella del 28 agosto 1399, tre giorni dopo la morte di uno dei suoi più cari amici, ser Guido del Palagio, ricco mercante e protagonista della vita politica fiorentina della fine del XIV secolo. Francesco, ormai vecchio, forse in quel momento si trovò a fare i conti con la morte e, sull'ondata dell'emozione suscitata dal movimento penitenziale, decise anche lui di partire in pellegrinaggio accogliendo la veste e i comportamenti dei Bianchi.

Richordanza che questo dì XXVIII'agosto 1399, col nome di Dio della Vergine Maria, io, Franciesco di Marco, per ispirazione di Dio e della sua madre madonna Santa Maria. Deliberai d'andare in pellegrinaggio. Vestito di tela lina boianca, e scalzo, come in questo tempo s'usava d'andare per la più giente. Uomini e donne, della città di Firenze e del contado e distretto, e simile dell'altre provincie attorno: che in questo tempo, tutto il mondo o la maggiore parte della Cristianità era commossa ad andare in pellegrinaggio per lo mondo, per l'amore di Dio, vestiti da capo a pie' di tela lina bianca: di che io anche, come detto è, diliberai di fare il simigliante. E detto dì soprascritto io mi mossi co' mia compagnia da casa mia, dov'io abitava in Piazza dei Tornaquinci, la mattina ben per tempo; e andamone a Santa Maria Novella, tutti iscalzi; e ivi devotamente presi la comunione del corpo del nostro Signore Gesù Cristo; poi divotamente n'andamo fuori della Porta a San Gallo, ove era il crocefisso di Santa Maria Novella, e 'l Crocifisso del Quartiere di Santa Croce; che l'uno e l'altro si accozzarono in questo luogo, fuori di detta porta con tutte le loro brigate che gli volevano seguire ad andare dove andassono eglino in detto pellegrinaggio; e come detto tutti vestiti di bianco, e scalzi, con una ferza in mano, battendoci con essa, e rendendoci in colpa al Nostro Signore Gesù Cristo de' nostri peccati, divotamente e di buono cuore, come de' fare ogni fedele cristiano. E ragunati che noi fummo alla detta porta, al levare del sole ci partimmo dal detto luogo e dalla detta porta, e tenemmla via lungo le mura fuori della terra insino alla Porta alla Crocie; e quando ivi fummo giunti co' detti due Crocifissi, rientrammo dentro alla terra ordinatamente tutti, a tre a tre insieme, e catuno con una candela benedetta accesa in mano e tenemmo il cammino lungo le mura dentro alla terra insino alla Porta alla Giustizia; e poi seguimmo via giù per lo Renaio dalla detta Porta, e capitammo alla chiesa di santa Crocie; e seguimmo la via su per la piazza di detta chiesa e poi oltre per lo Borgo di Santa Crocie, e capitammo al Ponte Rubaconte, e capitammo alla Piazza dei Mozzi. E giù per la detta via insino alla porta a Santo Niccolò. E per detta Porta, al Nome di Dio, uscimmo tutti ordinatamente al modo detto, e seguimmo la via insino a Ricorboli; e indi seguimmo la strada di lungo l'Arno, che va dritto alla Pieve di Ripoli; e vi si disse una messa solennemente per lo Vescovo di Fiesole, ch'era nostro padre e guida e maggiore spirituale. E detto che fu la messa, tutti ci ponemmo, chi per la via e chi pe' champi, a mangiare pane e frutte e formaggio e simili cose; però che niuno di noi poteva mangiare la carne in tutti que' nove dì che durava il nostro pellegrinaggiotra andare e tornare; e in detti nove dì niuno si poteva spogliare, nè cavare di dosso la detta vesta bianca, né dormire in letto".
Con Francesco c'erano il cognato Niccolò dell'Ammannato Tacchini, il socio Stoldo di Lorenzo di ser Berizzo, l'amico e vicino di casa Cristofano Pantaleoni, i fattori (ruolo equivalente ai modernidirettori di filiale) della sua compagnia Giovanni di Domenico di Cambio, Filippo di Giovanni Bennci, Piero d'Antonio Zampini, Francesco di Ghinozzo Amidei e Guido di Sandro. A loro, probabilmente in qualità di servitori, si accompagnavano il domestico del Datini, Giovanni di Martino, e due contadini di Ghinozzo Amidei, Simone di Giovanni e Maso di Bartolo dello Starna. Chiudeva il gruppo Nastagio di Berizzo del Bonanno, probabilmente il fratello del socio Stoldo ": in tutto, uomini dodici: i quali, come detto è, vennono meco in mia compagnia per avere il perdono del detto pellegrinaggio: e io feci a tutti le spese di mangiare e di bere e di ciò che bisognava loro; come sarà iscritto ordinatamente in questo libro innanzi".
Il gruppo non parte però alla ventura, ma da buon previdente mercante si chiede perdono ma senza dimenticare il prio rango sociale e i bisogni dell'età avanzata: così Datini " per avere ciò che ci bisognava da vivere, io menai meco le due mie cavalle e la muletta da cavalcare; in sulle quali bestie mettemmo un paio di forzeretti piccoli da soma, in che furono più scatole di tutte ragioni confetti, e gran quantità di ciera in torchietti e candele [evidentemente per fare offerte alle chiese visitate, n.d.r.], e formaggio d'ogni ragione, e pane fresco e biscottato, e berlingozzi zuccherati e non zuccherati, e più altre cose che s'appartengono alla vita dell'uomo; tanto che le due dette cavalle furono appresso cariche di vettuaglie; e oltre a questo, portarono un gran sacco di nostri panni di dossi, per avelli a' nostri bisogni il dì e la notte. E la muletta menai affine che bisognando, pe' casi che possono avvenire, a quale si fosse di noi di non potere andare a piede per malattia o per altro caso, quel che tale n'avesse bisogno la potesse cavalcare; acciò che a piede o a cavallo, quel tale cui venisse alcuno disastro nella persona, non mancasse che, coll'aiuto di Dio, eseguisse il Santo Viaggio, con buono e divoto cuore, come si de' fare per chi va al servizio di Dio."
Dopo aver preso riposo e messa presso Badia a Ripoli (l'abbazia di san Bartolomeo a Ripoli, nel contado a est di Firenze), il gruppo prosegue il viaggio e passa la prima notte a Ruballa, presso la casa di campagna di Stoldo di Lorenzo, uno dei componenti del gruppo: "... e ivi istemmo la sera, con gran consolazione di tutte le cose che bisognavano, per bene dell'anima e del corpo". La mattina poco prima deall'alba ripartono verso san Donato in Poggio dove arrivano poco dopo il levar del sole: qui trovano, sulla piazza davanti alla chiesa, il predicatore domenicano e vescovo di Fiesole Jacopo Altoviti che officia una messa solenne al termine dela quale tutti i pellegrini si comunicano prima di mangiare. Poi ripartono dietro i Crocifissi e scendono in Valdarno: Figline, san Giovanni Valdarno, Montevarchi, dove arrivano due giorni dopo, seguendo la Via dei Setteponti, a Quarata ".. e vi stemmo la sera, tra due pagliai il meglio che noi potemmo". Alla mattina ripartono per Arezzo, meta finale del pellegrinaggio: il Vescovo di Fiesole celebrò alla porta della città una messa di ringraziamento, poi i pellegrini si recarono a visitare le chiese della città prima di giungere alla grande basilica francescana e pregare sotto il grande crocifisso. La sera sostano presso i frati ed all'alba della mattina successiva riprendono la strade del ritono. La prima tappa è Laterina, dove ascoltano messa e pranzano. Nel pomeriggio raggiungono Leona e da qui Terranuova Bracciolini, Castelfranco (Piandiscò). Il Vnerdì sera arrivano a Ponte a Sieve, dove vengono ospitati da un albergatore amico di un conoscente del Datini " ... e fecieci grandissimo onore, e avemmo dimolti pesci". Il sabato, 6 settembre, affrontano l'ultima parte del viaggio: arrivano a Firenze a Porta alla Croce [oggi Piazza Beccaria, n.d.r.]: "Poi, al nome di Dio, ritornammo la sera in Firenze; e catuno di noi, colla buona ventura. Tornò a casa sua; non ci spogliammo la sera in letto, né cavammo la la vesta insino alla domenica mattina, però che 'l Crocifisso giunse la domenica mattina a Fiesole con quelli pochi della giente che 'l seguirono, e in sula piazza di Fiesole si disse una solenne messa per lo detto Vescovo di Fiesole: poi vi si predicò, e diede la benedizione a tutti. E catuno tornò a casa sua: e fu compiuto il detto viaggio e pellegrinaggio. Iddio il faccia valevole all'anime di tutti, se gli è si suo piacere. Amen".

Il movimento dei Bianchi si spense in modo graduale nell'anno successivo, quando la peste si rimise in cammino con loro e con le folle dei pellegrini che volevano raggiungere Roma per celebrare il Giubileo. Infatti, mossi dalle stesso sendo di espiazione che aveva mosso i Bianchi, anche in questa occasione le strade si riempirono di pellegrini provenienti da tutta l'Europa fin dai primi giorni del mese di marzo ma la bella stagione e di primi caldi segnarono la recrudescenza di una nuova ondata di pestilenza che fece strage di devoti: solo nella Diocesi di Viterbo, secondo un comuto ordinato dal vescovo della Città, in quattro mesi perirono oltre 6500 pellegrini mentre altri 800 sembra siano periti nel Pellgrinaio dell'Ospedale di santa Maria della Scala a Siena, dove in quei giorni operava un giovane frate Minore, Bernardino, poi divenuto Santo (da invocarsi contro la peste) e famoso per le sue prediche schiette e comprensibili a tutti. Anche tra i Bianchi la peste fece strage e le loro processioni furono vietate per la paura del contagio causato dal sangue delle loro schiene sferzate.
Il movimento così si spense naturalmente anche se ancora per qualche anno gruppi di penitenti continuarono a percorrere le campagne tra l'ostilità delle autorità ed il sospetto della Chiesa. Lesperienza dei Bianchi, però, ha lasciato però tracce profonde nella società, segnando le coscenze degli uomini: i suoi ideali (la pace, la fratellanza, la misericordia, la penitenza e la mortificazione della carne come espiazione del peccato) sono alla base della vita di molte Confraternite laicali cattoliche, la maggior parte delle quali veste, ancora oggi, un abito bianco in memoria delle lontane vicende del 1399. Ed in Valdarno (Figline, Incisa, Montevarchi) a ricordare quei giorni si celebrano ancora oggi le Feste del Perdono.

Tema del giorno:
Si può fare il pellegrino portandosi dietro "aiuti" per allievare le fatiche del viaggio? O occorre per forza patire?




Peste 1399 (miracolo mandorlo fiorito in Val di Marina)

     

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