Prato nel mondo

Chiti Edoardo

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Prato,13 ottobre 1839 + Prato 25 febbraio 1922.Musicista.Insegnante di strumenti a fiato nelle scuole comunali.A soli 29 anni Direttore della banda cittadina, che dopo la sua morte prenderà il suo nome.

EDOARDO CHITI
Seguirà una esibizione per trombone di Daddo Chiti di anni 8 “. Questo si leggeva sul manifesto di un saggio musicale che veniva dato in una sala del palazzo comunale nel giugno 1847. Era un saggio degli allievi della scuola di musica ed alla fine, fra lo stupore di tutti, si presentò al pubblico un ragazzo mingherlino, che a malapena reggeva lo strumento, un bel trombone lucido più grande di lui. Salì su un palchetto, dispose i fogli di musica sul leggio e con una spigliatezza unica attaccò un pezzo di bravura che lasciò tutti meravigliati. Il ragazzo era Edoardo Chiti, nato vicino alla piazza del Comune nel 1839, da una famiglia di musicisti. Il padre Adriano era un ottimo  “violino di spalla” che suonava stabilmente al “ Metastasio “ ed in altre orchestre, ed i fratelli maggiori Giovanni, Eber e Brunetto erano già, avviati agli studi musicali.
Daddo, così lo chiamarono in casa e fuori fino a che non fu grande, cominciò piccolissimo a studiare le note e gli strumenti a fiato e dimostrò subito una particolare predisposizione musicale. Il trombone fu il suo strumento prediletto.
       Degli altri tre fratelli, Giovanni si dedicò alla composizione e scelse come strumento principale il pianoforte. Diresse bande militari e stagioni liriche, fu valente organista, compose molta musica per banda, coro, orchestra. Grande successo ottenne un suo “ ballo” intitolato “ Pietro Micca “, rappresentato in molti teatri, e discussa ma applaudita fu l'opera “Corisandra di Mauleone “. I versi musicati dal Chiti erano stati scritti da un dilettante pratese, Ireneo Pini, che nel libretto dell'opera volle far stampare queste parole introduttive:
Unito in amicizia col Maestro Giovanni Chiti dalla sua più tenera età,vidi con altri pochi, sviluppare in lui il genio per I'arte musicale, e conobbi fino d'allora quanto si sarebbe avanzato nella medesima; tanta era l'assiduità allo studio e la facilità di comporre semplici e dolci armonie. Per il che appena lasciati i precetti scolastici, sembratomi che tanto più gli fosse aumentata la vena del comporre, lui a consigliarlo perché volesse scrivere pel Teatro; ma egli rifiutava non poco per modestia, molto più poi per non avere una poesia da rivestire di armonici concenti. Parvemi  che quanto era facile vincergli la prima ragione, tanto fosse per me difficile soddisfarlo,sulla seconda;e pensando fra me e me quel che fosse da fare, pur tuttavia mi provai per passatempo a scrivergli qualche cosa, e mi vennero fatte le scene 7°. e 8°. del terzo atto di questo Dramma lirico,prendendo a soggetto la storia di Corisandra di Mauleone, tolta da un romanzo del Sig. di Salvandy. Il Chiti fu sollecito nel musicare queste scene, e mi fu d'intorno perché gliene componessi altre, e così per più volte; tanto, che mi trovai scritto questo libretto senza quasi avvedermene. Il quale quantunque sviluppi il soggetto medesimo, pur nonostante manca della tessitura drammatica, per non dire del resto; poiché i difetti vi sono tutti: di pregi, neppure il più discreto critico potrebbe trovarne uno solo. Ma ciò poco sarebbe importato se non fossi ora costretto per compiacere l’Amico, a metterlo alla luce. Perché se nel momento opportuno di esser giudicato io medesimo, mi venisse, concesso dir qualche cosa della musica del Maestro Chiti, non mancherei di  farne le lodi che merita; ond’è che per timore di una critica, non potei resistere alle preghiere del suddetto Chiti, e per, mia cagione defraudare il pubblico di un piacere grandissimo, qual sarà quello di sentire le belle armonie di questo giovane Maestro,valga questa scusa perché il lettore, oltre a coprirmi del ridicolo che merito per questo libretto indegno di pubblicazione, non mi creda anche ,uno di quei tali pieni d'albagìa, credono di essere poeti per pochi versacci scritti al suono del Colascione; ma anzi ravvisi in me uno di coloro che sanno sacrificare l’amor proprio per I'amicizia .”
Il “ colascione “ citato dal Pini è un antico strumento a tre corde a forma di liuto; nell’Ottocento si intendevano per “poesia da colascione “ versi senza alcun pregio letterario.
L 'opera è ambientata nella Spagna del quindicesimo secolo e narra di un re di Navarra,Francesco Febo ,che andando in veste di pellegrino a trovare un eremita nelle vicinanze di un castello a Mauleone, incontra una ragazza di nome Corisandra che andrà poi sposa al conte di Beaumont. Questi ordisce una congiura ai danni del re, inviandogli un flauto avvelenato. Corisandra scopre l’insano proposito e venuta a sapere che il re era quel falso romito da lei incontrato del quale si era follemente innamorata fa di tutto per sventare l'attentato. Ma non riesce nel suo intento e per di più viene scoperta dal marito. Il re di Navarra muore avvelenato ed anche Corisandra viene uccisa da un sicario del marito. Lavoro intricato e scialbo che tuttavia non mancava di qualche scena drammatica.
Corisandra di Mauleone“ andò in scena nella stagione 1858-59 al “Metastasio“ e fu diretta da Giuseppe Nuti. Cantarono Luigi Tofanari nella parte deI re di Navarra, Adele Carozzi nelle vesti della protagonista Corisandra e poi Ettore Corti (il conte di Beaumont), Giuseppe Capriles (Bermudez, fratello del conte), Lucia Papini, Marianna Chiari e Giovacchino Salvi nei ruoli di dame e paggi. Fu replicata per sedici sere con folto pubblico, inizialmente non troppo favorevole nel giudizio, ma poi via via conquistato dalla musica del Chiti che era basata su una vena melodica di facile ispirazione, non priva di emotività. Alcuni squarci di lirismo efficace ed indovinato appassionavano e trascinavano all'entusiasmo. Di minore effetto la parte strumentale, intesa sempre come accompagnamento delle voci. D'altronde era questo il primo lavoro teatrale di Giovanni Chiti e certe manchevolezze erano più che scusate.
Quando si accingeva a scrivere una seconda opera di più grande e notevole impegno, nella pienezza della sua attività, il Chiti moriva appena quarantenne il 20 maggio 1874. Gli furono tributate solenni onoranze funebri e fu sepolto nel portico esterno dell'antica chiesa dei frati cappuccini, dove un'epigrafe lo ricorda ancora oggi “ tolto giovanissimo all'arte e ad una gloria maggiore “.
 Eber e Brunetto, dopo aver suonato in diversi complessi musicali, diressero bande civili e militari ed insegnarono in scuole di strumenti a fiato. Brunetto, girata mezza Italia, si stabilì a Savona, concludendo la sua carriera alla direzione della banda locale, ed Eber, ancora giovane, vinse il concorso di direttore della banda di Manciano, rimanendo in quella cittadina fino alla sua morte, avvenuta nel 1912. Prima di Eber, anche Edoardo aveva diretto la banda a Manciano. Qui incominciò la sua carriera nel 1860, poco più che ventenne e, benché giovanissimo - come ha scritto Giuseppe Giagnoni in un indovinato profilo del Chiti - si affermò subito per serietà e capacità professionali. Quando si presentò la prima volta sul podio della banda suscitò un certo sgomento; era piccolo, mingherlino, sembrava un ragazzo, e nessuno faceva affidamento su di lui come insegnante e direttore. Invece seppe accattivarsi subito la stima e l'affetto dei suoi discepoli, stabilì una vera corrente di simpatia in molti ambienti e dopo appena un anno di permanenza a Manciano si fidanzò con una brava e bella ragazza d'una delle più distinte famiglie del paese: Chiarina Rosatelli. La sposò poco dopo.
Ben presto fu preso internamente dal “mal di patria”. Aveva bisogno di risentire il suono tipicamente concertato delle campane del Duomo, di San Francesco, di San Domenico, delle “Carceri“, di festeggiare in famiglia iI suo Santo Stefano, di ritornare in piazza Mercatale nei giorni della fiera fra le corse al trotto, le pubbliche tombole, e i fuochi d'artificio. E non poté rimanere oltre a Manciano.
Stabilitosi definitivamente a Prato, Edoardo Chiti continuò la sua professione di insegnante di strumenti a fiato, dapprima privatamente, poi titolare nelle scuole comunali. Infine, nel 1868, a ventinove anni, fu nominato direttore stabile della “Banda Comunale“, il complesso che doveva più tardi intitolarsi al suo nome. E qui, nell'assolvimento di questo incarico, è l'autentico significato della sua attività musicale e della sua vita: cinquant'anni di lavoro che lo resero caro e venerato, perché la sua scuola dette incremento all'arte popolare, con una fecondità magnifica, non solo per il numero e la qualità degli allievi, ma per quello spirito di radizione che è una delle nostre glorie maggiori e migliori, quella che Amerigo Bresci, primo biografo del Chiti, chiamò, e giustamente, “ virtù di popolo “.
La casa,la scuola, la stanza della banda, (in certi tempi una mezza cantina sotto le logge di piazza del Comune,in altri una soffitta di via Convenevole), queste le tappe di un’intera esistenza serena e felice che ogni domenica raggiungeva punte di commosso entusiasmo con il concerto in piazza, tipica espressione di un mondo ormai superato e dimenticato, immagine poetica però evocatrice di gioie spirituali create dal popolo per il popolo.
Ed anche quando, sempre brevemente, si allontanava da Prato, Edoardo Chiti era alla testa dei suoi musicanti. Che fosse una gita in campagna od un concerto in una città vicina, un concorso od una uscita qualunque, era in mezzo ai “suoi ragazzi “ che, in tanti anni di professione, vide diventare uomini e maestri. Molti suoi allievi ,infatti, vennero richiesti da altri corpi bandistici e furono, in diverse città, maestri acclamati e rinomati.
Indubbiamente il Chiti conferì al corpo bandistico un nuovo impulso di vita e dette anche prova di profonda cultura scrivendo riduzioni ed adattamenti, traendo, specialmente dalle opere liriche in voga, fantasie di notevoli effetti. Fra le sue cose migliori ricordiamo ancora un “Inno” per coro e banda scritto in occasione del centenario dell’ incoronazione della”Madonna delle Carceri“ il 16 luglio 1884, una  “Fantasia militare“, un “Interludio pastorale“ e moltissime riduzioni di opere e sinfonie.
Ma proprio per il suo lavoro didattico non poté dedicare troppo tempo alla composizione. Il suo insegnamento era tenace, costante, faticoso. Ai suoi tempi la “banda“ doveva suonare in piazza da metà marzo a tutto settembre e quasi sempre con programmi diversi. Venticinque concerti obbligatori più qualche altro, che capitava sempre, fuori Prato: una trentina di esecuzioni che tenevano il corpo bandistico e lui per primo fortemente impegnati. E come se ciò non bastasse, il Chiti diresse anche le bande di Vernio e di Poggio a Caiano, la banda di palcoscenico del teatro “ Metastasio “,La fanfara dei convittori al  “ Cicognini “. In questo collegio insegnò per diversi anni anche il pianoforte, oltre agli strumenti a fiato, ed organizzò le feste civili, i saggi musicali di fine d'anno, le ricorrenze patriottiche. Da questa intensa giornata di insegnamento Edoardo Chiti trasse un'esperienza maiuscola, perfezionò ed accrebbe una cultura profonda, doti che aggiunte alle innate qualità artistiche plasmarono in lui una felice amalgama di sapienza e di dottrina che gli conferì uno spiccato senso di misura, sì da renderlo ammirato ed ascoltato da tutti, in ogni ambiente. Questa figura dell'artista e dell’insegnante si integra con quella dell'uomo, e l'una e I'altra si completano  a vicenda delineando un'immagine tipicamente ottocentesca.
Piccolo, asciutto, nervoso - scrive Amerigo Bresci - vivo nello scatto e nella parola, gli traluceva dagli occhi scintillanti l'acutezza della mente e la superiorità dello spirito, entrambi fecondati dallo studio, dai casi della vita, dal desiderio del proprio perfezionamento, affinati e nobilitati dal dolore. Inflessibile di carattere, moralmente integerrimo, devoto al dovere nella famiglia, nella scuola, nella professione, era una gioia avvicinarlo e conversare con lui. Era arguto, caustico, inesauribile nei suoi ricordi, nelle citazioni che una memoria infallibile gli suggeriva a ritmo incessante.
La moglie, al pari di lui, divenne una delle più stimate insegnanti delle scuole pratesi: nobile nel tratto, ricca di cultura, signorile di modi, elevata di pensiero, profuse ad una intera generazione il tesoro della sua dottrina.
Ebbero una unica figlia, Norma, che si diplomò in pianoforte. Era bella, brava, intelligente e purtroppo morì giovanissima. Fu una tragedia per i coniugi Chiti, che non riuscirono più a riprendersi. Continuarono la loro missione di insegnamento, poi anche la maestra Chiarina morì:Edoardo rimase solo. Lasciò la direzione della banda, ormai vecchio e triste accolse con indifferenza le onoranze che gli amici ed i musicanti gli dedicarono per il suo ottantesimo compleanno e si ritirò a vita modestissima nella casa di un vecchio bandista, Enrico Pasquetti. Qui morì, in luminosa serenità, venerato dai discepoli e dagli amici, il 25 febbraio 1922. Fu accompagnato al cimitero da tutto il popolo pratese ed il mesto corteo fu ritmato dalle marce funebri di Chopin e di Attilio Ciardi, suonate dalla banda cittadina che da allora si fregiò del nome di Edoardo Chiti.
Fonti: La musica a Prato dal Duecento al Novecento. Roberto Fioravanti. Edizioni del Palazzo. Giunti Industrie Grafiche.Prato 1994.pag.297-303

 

 

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